venerdì 4 maggio 2012

Il bisogno di un paese diverso


Emergono dal mio archivio scritti di qualche anno fa, che stavo dimenticando.
Invece sono sempre attuali. Questo è del 2003, e uscì su «l'Unità» per il 25 aprile.
Confermo tutto.










Resistenza, la disobbedienza come responsabilità civile


Enrico Manera

Ha scritto Claudio Pavone nella sua fondamentale opera del 1991 Una guerra civile, ancora oggi non correttamente recepita dai più, che con la scelta resistenziale “per la prima volta nella storia dell’Italia unita gli italiani vissero in forme varie una esperienza di disobbedienza di massa”. Il senso di tale affermazione investe l’intero assetto della Resistenza nella molteplicità delle sue manifestazioni, assumendo il senso di un clima generale che accompagna interamente quei circa venti mesi che separano l’Armistizio dalla Liberazione.
Proprio dall’8 settembre bisogna partire per ritrovare le tracce di un primo significato di ‘libertà’ nella scelta resistenziale: il suo essere un atto di disobbedienza, non «a un governo legale, perché proprio chi detenesse la legalità era in discussione», ma «a chi aveva la forza di farsi obbedire» (Pavone).
Il totale vuoto di potere creato dall’abbandono di ogni responsabilità da parte del Re e dei generali in fuga verso Brindisi, aprì uno spazio di libertà che per tutti si trasformò nell’esigenza di scegliere da che parte stare. Massimo Mila descrive questa situazione parlandone come di una “rivelazione a se stessi”, una nuova possibilità di vita scaturita da scelte che venivano compiute spesso in solitudine e la cui radicalità veniva modulata in base alla situazione contingente, alla possibilità e alla determinazione. Nei testi di Mila, di Ada Gobetti, di Franco Venturi, di Roberto Battaglia, di Pietro Chiodi, emergono a questo proposito espressioni come ‘gioia’, ‘infanzia’, ‘incoscienza’, ‘entusiasmo’, ‘fervore’, ‘energia’. Parole che testimoniano, oltre la tragicità degli eventi, l’ebbrezza della libertà. Una realtà di grande rilevanza educativa per una generazione, cresciuta negli apparati totalitari del regime, che nella scuola elementare aveva dovuto imparare a memoria queste parole del libro unico di Stato: “quale dev’essere la prima virtù di un balilla? L’obbedienza! E la seconda? L’obbedienza! E la terza? L’obbedienza”.
Connessi alla recuperata libertà furono, da subito, il senso di responsabilità a cui si era chiamati e la dimensione collettiva del fenomeno. Fin dal settembre 1943 si assistette a manifestazioni di solidarietà e di aiuto della popolazione offerto agli sbandati e ai fuggiaschi, in un clima diffuso di ‘resistenza passiva’. I macchinisti rallentavano i treni o si fermavano per permettere ai soldati di scappare; contadini e ragazze portavano cibo a ragazzi in fuga e senza le idee chiare, tutti offrivano abiti borghesi. Cominciava da lì quella resistenza civile che Anna Bravo ha definito un “maternage di massa”, una gigantesca mobilitazione soprattutto di donne tale da configurare un “enorme lavoro di tutela e trasformazione dell’esistente – vite, rapporti, cose – che si contrappone sia sul piano materiale sia spirituale alla terra bruciata perseguita dagli occupanti”.
Una tale rete di supporto fu la base su cui si erse la “resistenza attiva”, i cui primi nuclei si sarebbero venuti a formare di lì a pochissimo. Uomini di diverso orientamento politico, vecchi antifascisti liberati o tornati dal confino, militari sbandati, giovani renitenti alla leva, studenti e contadini, fecero la scelta, collettiva e non individualista, di diventare “banditi”. Una scelta fatta nella consapevolezza di essere portatori di una legittimità e di una giustizia ormai scomparse dall’orizzonte storico del tempo.
La disobbedienza è, di per sé, il primo atto di una scelta responsabile, nata all’interno di un ripristinato ‘stato di natura’, in cui tutti, potenzialmente, sono contro tutti. Eppure nei luoghi della Resistenza tra il 1943 e il 1945, sulle montagne, nelle città, nelle fabbriche, nei campi di concentramento, nelle case e nelle cantine, nelle osterie dopo l’orario di chiusura, si ridefinivano i ruoli e i rapporti tra le persone. Rinasceva la democrazia come confronto diretto e dialogo aperto, beninteso anche con scontri e divergenze drammatiche di natura politica e organizzativa. Non si dimentichino la fame, la povertà e le condizioni proibitive in cui versava la popolazione di un paese in guerra, frequentemente bombardato e con una rete di spionaggio e di repressione durissima e violenta.
In questa situazione la facoltà di critica e il rimpadronirsi di sé si riaffacciavano nella vita degli individui per diventare lo spazio mentale e sociale su cui si sarebbe rifondato il Paese. La disobbedienza della Resistenza diventa dunque sinonimo di responsabilità civile, capacità di ridare dei significati alle azioni e alle scelte dopo un ventennio di eterodirezione delle coscienze e di un apparato totalitario retorico, pacchiano e tronfio che aveva reso ridicolo il senso stesso delle istituzioni. Mentre le maiuscole del littorio romano e dell’impero si sprecavano, i soldati al fronte male armati ed equipaggiati erano stati i primi a scoprire quanto ci fosse di drammaticamente falso nelle trite formule del credere-obbedire-combattere e in difesa della patria a guardia dei bidoni di benzina.
Se le drammatiche condizioni della ritirata di Russia avevano spazzato via ogni dubbio, così l’8 settembre fu il momento, percepibile da tutti, del vuoto di potere assoluto e del crollo delle isituzioni. Non “morte della patria”, come vuole certo revisionismo nostrano, ma crollo definitivo del misero edificio costruito da una dittatura che in vent’anni aveva eroso le già fragili fondamenta di uno Stato in cui il processo di Nation Building era tutt’altro che compiuto. Moriva la patria monarchica e fascista, bisognosa di fondarsi su valori altisonanti e ideologici perché incapace di esprimerne di autenticamente umani. Ma lo Stato italiano era morto ben prima, nel 1938, quando Mussolini con l’avallo della monarchia aveva instaurato le leggi razziali, stabilendo la fine dei diritti più elementari per i cittadini italiani di origine ebraica. O, addirittura nel 1924 insieme a Giacomo Matteotti, senza che i senatori liberali del Regno avessero fatto alcunché per ripristinare lo stato di diritto; o il 28 ottobre 1922 quando con la passeggiata romana in camicia nera, l’incapacità delle élites liberali di rapportarsi con le emergenti masse popolari decretò l’affidamento del potere a Mussolini da parte della monarchia.

Quando era nata, la Repubblica di Salò aveva ripristinato un ordine costituito con tanto di costituzione (quella carta di Verona che annoverava gli ebrei come nazione nemica) eppure per la maggior parte della popolazione era chiaro che la giustizia non stava da quella parte. Anche chi non amava i partigiani li preferiva di gran lunga ai tedeschi e ai fascisti perché sapeva benissimo chi era stato a scatenare la guerra. La rete di solidarietà di cui godettero i partigiani testimoniano al contrario una istintiva identificazione con la giustizia e con la legittimità che rendeva non solo possibile, ma anzi doveroso praticare la Resistenza.
Una delle ragioni della differente qualità etica tra la scelta resistenziale e quella fascista repubblicana (tra la ‘vita’ e la ‘bella morte’) sta nel fatto che l’opzione salodiana per la Rsi non avvenne alla luce della critica, ma in quella della continuità con un regime di cui si conoscevano i programmi e le efferatezze. Il più delle volte, nei processi dopoguerra la scelta per la Rsi e la commissione di crimini efferati furono giustificate dai fascisti con la frase: “l’ho fatto perché mi è stato comandato”. Per non parlare di quella citata da Pietro Chiodi che si sentì dire da un marò della X mas “ che gli è sempre piaciuta la marina” e che “nei partigiani non c’era”.
Le giustificazioni incentrate sulla difesa e sull’onore della patria non reggono se si pensa che oltre il 95% degli ufficiali tra gli internati militari italiani, arrestati e deportati in Germania dopo l’8 settembre rifiutarono di farsi reintegrare nell’esercito saloino, non in quanto antifascisti (o, peggio ancora, ‘comunisti’), ma proprio in quanto ufficiali dell’esercito di una patria di cui difendevano l’onore.
Come ha detto Claudio Pavone, in un ragionamento semplice e autoevidente, profonda è stata la differenza etica che ha diviso chi ha fatto la scelta resistenziale da chi ha scelto per la Rsi: da un punto di vista collettivo e politico da una parte si combatteva per la libertà e la democrazia, dall’altra si combatteva per un regime totalitario e autoritario, al di là della buona o della cattiva fede nell’uno o nell’altro campo.
A chi oggi mette in discussione l’importanza del 25 aprile e il suo valore collettivo per lo Stato e la società italiana, ricordiamo la gioia di chi cinquantotto anni fa visse la Liberazione dal nazifascismo. È Ada Gobetti, la vedova di Piero -lucidissima intelligenza stroncata dalla violenza fascista nel 1926- a ricordare l’aprile 1945 e il sentimento comune e condiviso: «Ebbene? – gridai loro – rallentando la bicicletta. E tanta era in quei giorni l’identità dei sentimenti e dei pensieri che essi intesero benissimo il senso della mia domanda e, benché non mi conoscessero come io non li conoscevo, risposero con un gesto allegro della mano: – Se ne sono andati!».

domenica 22 aprile 2012

Freud. Restare fedeli alla terra



Ho ripescato del materiale su Freud a cui ho lavorato qualche tempo, e di cui mi ero completamente dimenticato. Cosa vorrà dire?
In coda un pezzo, forse il mio preferito, di Eco, quello che mi ha convertito dalla metafisica all'antropologia.

Enrico Manera, Freud antropologo e filosofo. Appunti per una lezione.


Abstract. La psicoanalisi, nata come terapia per la cura dei disturbi della personalità, è un'interpretazione generale della realtà da cui è emersa una concezione dell'uomo profondamente innovativa e rivoluzionaria. Partendo da una formazione positivista e medica, Freud (1856-1939) è giunto a formulare una nuova concezione della coscienza che riflette un'antropologia di matrice biologica, in cui risulta centrale la capacità generativa e riproduttiva dell'essere umano in tutti i suoi aspetti: il suo progetto intellettuale, in particolare negli ultimi anni, è diventato una vera e propria «metapsicologia» capace di andare oltre la stessa pratica terapeutica e analitica e di inglobare nella psicologia tutto ciò che per tradizione era ritenuto appartenere alla metafisica.


I principali snodi teorici della teoria freudiana (struttura della personalità, teoria dell'inconscio e della sessualità, genesi della morale e delle religione, disagio della civiltà) mostrano come la psicoanalisi sia una concezione filosofica decisiva nell'influenzare in modo irreversibile il pensiero e la società del Novecento. «Le tesi di Freud rivelano la complessità della struttura profonda della personalità; mostrano quali siano gli autentici bisogni e desideri profondi dell'uomo; analizzano in termini nuovi i concetti di azione e di comportamento umano; trasformano radicalmente i modelli tradizionali dell'io, della coscienza, della ragione e i loro ambiti di controllo e di validità; delineano una nuova immagine delle nozioni di scopo, di piacere e di felicità; propongono una concezione estremamente complessa dello sviluppo dell'individuo e dei suoi rapporti con la famiglia e la società; avanzano un'interpretazione inquietante della morale e della religione. [...] Dopo Freud l'uomo si è guardato diversamente allo specchio» (S. Moravia).


0.


Come ha scritto Paul Ricoeur, Freud è uno dei «maestri del sospetto» perché è stato capace di dichiarare la fine dell'autotrasparenza del cogito, ovvero dell’illusione di una ragione onnicomprensiva in grado di conoscersi completamente; inoltre ha posto con forza la centralità dell'esperienza dell'infanzia dell'individuo per la strutturazione della personalità dell'adulto: la coscienza emerge dalle nebbie preistoriche dell’incoscienza diventando memoria e identità, per così dire, 'postuma'.


Inoltre con altrettanta forza Freud, ponendo a fondamento la dimensione della sessualità nella vita degli individui (e sfidando resistenze e moralismi della sua epoca) ha mostrando l’importanza per gli uomini dell'energia biologica e della capacità generativa e riproduttiva; l’uomo è caratterizzato dall’animalità e dal superamento di questa nella dimensione linguistica e simbolica all'interno di un processo in cui il sostrato profondo della violenza lascia il posto alla possibilità della sua gestione.
Freud ha parlato delle tre «grandi ferite narcisistiche» degli uomini, ferite al nostro orgoglio di essere perfetti del creato, grandi rivelazioni che ci umiliano e ci offendono ma con cui dobbiamo fare i conti: la Rivoluzione copernicana, la teoria dell'evoluzione e la scoperta dell'Inconscio.


«Nel corso dei tempi l’umanità ha dovuto sopportare due grandi mortificazioni che la scienza ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima quando apprese che la nostra terra non è il centro dell’universo, bensì una minuscola particella di un sistema cosmico che, quanto a grandezza, è difficilmente immaginabile. Questa scoperta è associata per noi al nome di Copernico […]. La seconda mortificazione si è verificata poi quando la ricerca biologica annientò la pretesa posizione di privilegio dell’uomo nella creazione, gli dimostrò la sua provenienza dal regno animale e l’inestirpabilità della sua natura animale. Questo sovvertimento di valori è stato compiuto ai nostri giorni sotto l’influsso di Charles Darwin, di Wallace e dei loro precursori, non senza la più violenta opposizione dei loro contemporanei. Ma la terza e più scottante mortificazione, la megalomania dell’uomo è destinata a subirla da parte dell’odierna indagine psicologica, la quale ha l’intenzione di dimostrare all’Io che non solo egli non è padrone in casa propria, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a quello che avviene inconsciamente nelle sua psiche» (Introduzione alla psicanalisi, in Opere VIII, p. 446).


Come cercherò di sintetizzare in 4 grandi quadri (struttura della personalità, diasgio della civiltà, concezione della religione, teoria della conoscenza) in Freud c'è in potenza tutto il Novecento: mi preme dunque far emergere dunque non le cose superate o i suoi errori ed esagerazioni, quanto ciò che ancora regge in termini generali ed è stato fecondo in diverso ambiti.


1. La teoria dell'inconscio


A partire dagli anni venti avviene l'elaborazione della seconda topica o ‘teoria dei luoghi’ (L’io e l’Es, 1923), che riconosce la divisione della personalità umana in tre grandi regioni, Es/Io/Super-io:


L'Es è un «caos, calderone di eccitamenti ribollenti», sorgente di energie organiche e vitali, rivolte al soddisfacimento delle pulsioni egoistiche, principalmente di natura sessuale e soggette al ‘principio di piacere’ e ribelli al disciplinamento: la libido, cieca e irrazionale, violenta e impetuosa, non rispetta legge morale e non ascolta la ragione, parla un linguaggio truculento e non conosce 'principio di non contraddizione'. È una «parte oscura della personalità», soggetta a censura, contro cui si ergono il principio di realtà e il principio di non-contraddizione che invece governano l’autoconservazione esistenziale e l’inserimento dell’individuo nell’ambiente.


Al capo opposto dunque il Super-io è la coscienza morale, insieme delle leggi, delle abitudini e delle limitazioni che la società impone, che iniziano con i divieti dei genitori e finiscono con leggi civili e le sanzioni religiose o morali. Il Super-io è autorità esterna che premendo sull’Es e arginandone le pulsioni determina il «processo di identificazione», conducendo all'interiorizzazione degli Altri, ma anche della famiglia, dello Stato, di Dio.


Se per Freud ha inequivocabilmente funzioni positive, perché rende possibile la vita associata, limitando il debordare dell’Es ha inevitabilmente anche un aspetto repressivo che è causa di infelicità, nevrosi e psicosi nei casi estremi.


L'Io è dunque un risultato della tensione tra Es e Super-Io, è la risultante della limitazione che il primo subisce dal secondo. Io è soggetto a «tre padroni severi»: il mondo esterno, l’Es e il Super-Io.


«Spinto così dall’Es, stretto dal Super-Io, respinto dalla realtà, l’Io lotta per venire a capo del suo compito economico di stabilire l’armonia tra le forze e gli impulsi che agiscono in lui e su di lui; e noi comprendiamo perché tanto spesso non ci è possibile reprimere l’espressione ‘la vita non è facile!’»


Introduzione alla Psicanalisi, p. XXXI.


Compito della psicanalisi è aiutare il soggetto a ricostruire traumi e sofferenze, tramite l’analisi di sogni, lapsus, sintomi e rimozioni, e in definitiva della propria narrazione interiore: ma una qualche forma di sofferenza è ineliminabile in ogni essere umano per il fatto stesso di essere vivi. In più è chiaro che le nozioni di soggettività e di coscienza si fanno problematica se in noi convivono elementi conflittuali e un’alterità costante. Come dirà negli anni trenta Walter Benjamin, tutta la conoscenza è paragonabile allo stato del ‘risveglio’ dal sonno: tra sonno e veglia c’è una continuità di stati di coscienza intermedi, una patina opaca che a volta sconfina con l’irrealtà in cui immaginazione, vissuto interiore, memoria del passato, anticipazione del futuro, e scontro con il presente rendono ogni «attualità» sempre anacronica e fluttuante. Ogni ‘io’ è come una città, costruita sulle rovine della memoria e articolata in stati compresenti, in cui un resto antico convive con edifici modernissimi.


2. Disagio della civiltà


Con questo termine, titolo di un’opera del 1929, Freud indicava dunque la «sostituzione del potere della comunità a quella del singolo»: la civiltà, l’uscita dell’uomo dello stato di natura, si identifica con una serie di limitazioni alla libertà e all’espressione dell’individuo e con l'inibizione di un numero considerevole di desideri e pulsioni.


Si tratta di rinunciare al soddisfacimento in termini libidici di molte esigenze profonde del proprio essere, che vengono 'inibite alla meta' e deviate in atti e realizzazioni socialmente accettabili molto lontane dal soddisfare realmente le esigenze di partenza. La vita libidica, il principio di piacere, è costantemente sacrificato.


Quella tra repressione e sublimazione è una dialettica: se Es agisce in modo individualistico e amorale, minando i presupposti della convivenza sociale, la società stessa non può fare a meno dell’energia dei suoi membri e reindirizza l’energia libidica in prestazioni di tipo sociale. Arte, produttività, ingegno (creatività artistica, lavoro intellettuale, rappresentazioni religiose) sono risultati di un processo di ‘sublimazione’ di un’originaria energia sessuale che viene spostata in altri ambiti di azione dell’umano e amplia la sfera dell’Eros e della creazione in una dimensione simbolica, la quale dice sempre la nostra tendenza di umani a esprimere noi stessi.


La civiltà richiede un sacrificio pulsionale perché homo sapiens è per natura aggressivo e desiderante. Freud parlava di un dissidio tra Eros e Ananke, amore e necessità, alludendo al lavoro e alla reciproca autolimitazioni degli uomini in società. La civiltà serve a difenderci dalla natura: Bildung e Kultur, sono la difesa di un essere incompleto contro la forza soverchiante della natura, l’infelicità e la violenza della legge evolutiva ad essa legata.


Negli ultimi scritti Freud tende a dividere le pulsioni in due specie, quelle che tendono a conservare e unire, e quindi erotiche; quelle che invece tendono a distruggere e a uccidere, pulsioni aggressive o distruttive. Eros e Thanatos compendiano nella loro tensione l’intera storia del genere umano.


Nella famosa lettera di Einstein a Freud scritta sotto l’incalzare della violenza nazista (le loro opere saranno in cima a quelle bruciate e considerate opera di menti degenerate) la risposta circa la possibilità di eliminare odio e guerra è negativa e non lascia illusioni di sorta.


Freud non è mai banale, semplicistico o manicheo: non è qui in gioco un presunto bene contro un presunto male, ma lo stesso 'desiderio di morte' in prospettiva deve essere inteso come il culmine del desiderio pulsionale, come desiderio supremo di un appagamento totale e di un equilibrio perfetto, un'omeostasi: Eros è divinità greca dell’amore, principio vitale e creatore, mentre Thanatos la morte è aggressività e desiderio di morte in quanto desiderio di far tornare il vivente a una forma esistenza inorganica.


Per Freud la società è comunque un fattore positivo e in ogni caso un male minore di quello che sarebbe una umanità senza società in cui tutti danno liberamente sfogo ai propri desideri. Vale la pena di ricordare come la teoria sarebbe stata fatta propria da molto marxismo, come in Marcuse che considerava il disagio della civiltà come la condizione della società borghese e del lavoro, la quale ha in sé una repressione addizionale rispetto a quella inevitabile dell’intersoggettività, consistente nell’essere parte di una comunità.


Freud ripropone il tema dell’antinomia inevitabile tra felicità individuale e esigenze dell’ordine sociale: dove finisce il diritto dell’io alla felicità? E spinge a ricercare la mediazione, a riflettere sulla capacità di rinunciare senza entrare in un sistematico stato di frustrazione o carenza.


3. L’avvenire di un'illusione, 1927


Un altro ambito decisivo in cui Freud e esercita il suo approccio radicalmente illuminista è quello della religione, che nasce da impulsi di tipo psichico e dalla sublimazione: le rappresentazione religiose sono «illusioni, appagamenti dei desideri più antichi, più forti, più pressanti dell’umanità; il segreto della loro forza è la forza di questi desideri». Alla base di tutto sta il desiderio tipicamente infantile di sentirsi protetti contro i pericoli della vita; dio, padre ultraterreno amato e temuto, è la proiezione dei rapporti ambivalenti con il padre terreno.


In altri termini la religione crea mondi immaginari nei quali i desideri umani possano essere essere soddisfatti e non frustrati. Il Dio padre della tradizione ebraico-cristiana è il volto presentabile del padre edipico, quello con cui si crea uno scontro terribile per la rivalità e il potere, relativi alla dimensione affettiva nei confronti del desiderio e del possesso della madre/moglie.


La funzione positiva e civilizzatrice della religione si associa a quella negativa di essere un narcotico e un veicolo di superstizione e regressione.


Non si può poi dimenticare il forte elemento storico-antropologico nel momento in cui in opere come Totem e tabu (1912-3) Freud giunge a sostenere l’ipotesi che il padre divino sia la creazione di un’umanità primitiva che si ribella a un padre storico oppressivo e tirannico, dando luogo a un ordine simbolico generato dalla violenza quando l'orda uccide collettivamente il padre per poi venerarne l'immagine per reggere al senso di colpa; in L’uomo Mosè e il monoteismo (1939), in termini storici lo stesso monoteismo appare un’invenzione teologico-politica prima egizia (con la svolta del monoteismo solare di Amenofi IV-Akenaton) e poi ebraico con un Mosé che altri non sarebbe che un funzionario egizio continuatore di quel culto. C’è oggi, valgano per tutti gli studi di Jan Assmann sulla «distinzione mosaica», una ripresa molto forte di questi elaborazione del sacro declinato in termini antropologici e politici.


4. Metapsicologia e isomorfismo


L’aspetto che mi interessa di più vede Freud come un precursore dello strutturalismo in nome di quella metapsicologia che si pone in netto contrasto con la metafisica. Si è visto come individuo e specie, famiglia e società mostrino una somiglianza di strutture: la legge del conflitto di Edipo sembra dominare tanto le relazioni famigliari quanto i rapporti con le rappresentazioni religiose, così come i conflitti interiori sono riscontrabili in quelli sociali.


Popolazioni antiche e cosiddette 'primitive’, malati psichici e bambini, sono accomunati da strutture logiche che si assomigliano profondamente, attorno ai principi di tabù, contaminazione, magia simpatica. Vorrei citare una splendida lettera in cui parlando di fenomeni misteriosi come la stregoneria e le credenze popolari Freud scriveva di aver individuato la chiave interpretativa della simbologia sessuale: «le storie del diavolo, il vocabolario delle ingiurie popolari, i canti e le abitudini dei bambini, tutto acquista un senso per me» (Lettera a Fliess del 24 gennaio 1897).


Lo stesso Lévi-Strauss, ha recentemente affermato: «fui affascinato da quello che per me rimane il contributo fondamentale di Freud, vale a dire la possibilità di comprendere in modo razionale cose che sembrano totalmente irrazionali». Mi sembra che Freud abbia posto in luce che la capacità di oltrepassare l’esperienza sensibile immediata è il tratto specifico del linguaggio e della cultura umana: la costruzione del mondo di oggetti riguarda già la primissima infanzia e procede con l’attività di formazione simbolica; in Al di la del principio di piacere (1917, pp. 200-3) Freud osserva il nipote di diciotto mesi che getta lontano da sé un rocchetto avvolto in un filo per ritrovarlo con gioia subito dopo: il bambino rivive le sensazioni suscitate dall’assenza e dal ritorno della madre, producendo così un modello di ripetizione simbolica, controllata e non coatta del passato.


Altri studiosi hanno ampliato e sottolineato l’importanza di questo spunto: scrive Barthes che l’assenza deve essere sopportata e quindi manipolata: il tempo diventa un va e vieni, un ritmo. «Aprire la scena del linguaggio, il bambino si è fabbricato un rocchetto, lo lancia e lo riacchiappa, mimando la partenza e il ritorno della madre: un paradigma è stato creato».


Il rocchetto è un semioforo, designa la madre, è la madre. Per Ginzburg si tratta di «oggetti portatori di significato» che «hanno la prerogativa di mettere in comunicazione il visibile con l’invisibile, ossia con eventi o persone lontani nello spazio e nel tempo». Sulla base dell’isomorfismo tra il modo di ragionare del bambino e degli uomini preistorici la lontananza diviene il motivo che, per un principio analogico, spiega la genesi della credenza in «esseri situati al di fuori dello spazio e del tempo – morti, antenati, divinità»: tali elementi della cultura umana nascono sulla spinta dell’«elaborazione dell’assenza» e consentono, come è tratto specifico del linguaggio umano, di «oltrepassare l’ambito dell’esperienza sensibile immediata» trovando nella metafora la categoria inconscia che regola l’attività simbolica.


Come afferma Ginzburg «la morte può essere considerata come un caso particolare dell’assenza» e in questo senso è determinante di forme culturali e decisiva per la «costruzione del pensiero dell’uomo relativo al suo destino, alle modalità della sua esistenza reale». Così gli uomini della preistoria usano le ossa degli animali uccisi e l’ocra per le sepoltura per designare l’assenza, attuando una capacità simbolica che potrebbe anche avere origine biologica. Mettere in comunicazione visibile e invisibile, perpetuarsi della specie oltre la morte dell’individuo: queste attività significano (e fondano ogni ulteriore discorso su) memoria e immortalità.


In base a un'impostazione materialistica e biologica, i segni mitico-rituali appaiano come la rielaborazione simbolica di esperienze concrete che ha radici psicologiche in percezioni minime al corpo: questo è ciò che altrimenti viene indicato come 'archetipo'. Esiste il corpo e l'esperienza elementare che avviene a partire da esso: in modo molto ironico, contro la nozione di mito e simbolo come qualcosa di arcano e misterioso Eco ha scritto pagine irresistibili contro il pensiero sacralizzante e misterico (vedi appendice).


Vorrei ancora citare il grande romanziere che ha esplorato i fondali della vita umana, rifuggendo tutto quello che poteva fare precipitare gli uomini negli abissi che sorgono dal mancato uso della ragione: Thomas Mann, secondo cui Freud ha affrontato analiticamente tutto ciò che appare terrificante e morboso, quelle regioni tenebrose dell’anima, conservando spirito illuminista e razionale:


«Lo sforzo della psicologia del profondo è nello stesso tempo anche uno sforzo fatto per penetrare nell'infanzia dell'umanità, nel primitivo, nel mitico. Freud stesso ha riconosciuto che tutta la scienza naturale, la medicina e la psicoterapia non erano state per lui che un rigiro, e un ritorno - durato quanto la sua vita - all'originaria passione della sua giovinezza per ciò che riguarda la storia dell'umanità, le origini della religione e della morale» (Freud e l'avvenire, 1936).


5. 1 Appendice.


Ecco uno splendido dialogo tra i protagonisti de Il pendolo di Foucault, che spiega benissimo cosa è un approccio metapsicologico e antropologico al mondo del sacro. NB Il dialogo si svolge in un letto tra due amanti,


«Pim, non ci sono gli archetipi, c'è íl corpo. Dentro la pancia è bello, perché ci cresce il bambino, si infila il tuo uccellino tutto allegro e scende il cibo buono saporito, e per questo sono belli e importanti la caverna, l'anfratto, il cunicolo, il sotterraneo, e persino il labirinto che è fatto come le nostre buone e sante trippe, e quando qualcuno deve inventare qualcosa di importante lo fa venire di lì, perché sei venuto di lì anche tu il giorno che sei nato, e la fertilità è sempre in un buco, dove qualcosa prima marcisce e poi ecco là, un cinesino, un dattero, un baobab. Ma alto è meglio che basso, perché se stai a testa in giù ti viene il sangue alla testa, perché i piedi puzzano e i capelli meno, perché è meglio salire su un albero a coglier frutti che finire sottoterra a ingrassare i vermi, perché raramente ti fai male toccando in alto (devi essere proprio in solaio) e di solito ti fai male cascando verso il basso, ed ecco perché l'alto è angelico e il basso diabolico. Ma siccome è anche vero quel che ho detto prima sulla mia pancina, sono vere tutte e due le cose, è bello il basso e il dentro, in un senso, e nell'altro è bello l'alto e il fuori, e non c'entra lo spirito di Mercurio e la contraddizione universale. Il fuoco tiene caldo e il freddo ti fa venire la broncopolmonite, specie se sei un sapiente di quattromila anni fa, e dunque il fuoco ha misteriose virtù, anche perché ti cuoce il pollo. Ma íl freddo conserva lo stesso pollo e il fuoco se lo tocchi ti fa venire una vescica grossa così, quindi se pensi a una cosa che si conserva da millenni, come la sapienza, devi pensarla su un monte, in alto (e abbiam visto che è bene), ma in una caverna (che è altrettanto bene) e al freddo eterno delle nevi tibetane (che è benissimo). E se poi vuoi sapere perché la sapienza viene dall'oriente e non dalle Alpi svizzere, è perché il corpo dei tuoi antenati alla mattina, quando si svegliava che era ancora buio, guardava a est sperando che sorgesse il sole e non piovesse, governo ladro."


"Sì, mamma."


"Certo che sì, bambino mio. Il sole è buono perché fa bene al corpo, e perché ha il buon senso di riapparire ogni giorno, quindi è buono tutto quello che ritorna, non quello che passa e va e chi s'è visto s'è visto. Il modo più comodo per ritornare da dove si è passati senza rifare due volte la stessa strada è camminare in circolo. E siccome l'unica bestia che si acciambella a cerchio è il serpente, ecco perché tanti culti e miti del serpente, perché è difficile rappresentare il ritorno del sole arrotolando un ippopotamo. Inoltre se devi fare una cerimonia per invocare il sole, ti conviene muovere in circolo, perché se muovi in linea retta ti allontani da casa e la cerimonia dovrebbe essere brevissima, e d'altra parte il circolo è la struttura più comoda per un rito, e lo sanno anche quelli che mangiano fuoco sulle piazze, perché in circolo tutti vedono nello stesso modo chi sta al centro, mentre se un'intera tribù si mettesse in linea retta come una squadra di soldati, quelli più lontano non vedrebbero, ed ecco perché il cerchio e il movimento rotatorio e il ritorno ciclico sono fondamentali in ogni culto e in ogni rito."


"Sì, mamma."


"Certo che sì. E adesso passiamo ai numeri magici che piacciono tanto ai tuoi autori. Uno sei tu che non sei due, uno è quel tuo affanno lì; una è la mia affarina qui e uni sono il naso e il cuore e quindi vedi quante cose importanti sono uno. E due sono gli occhi, le orecchie, le narici, i miei seni e le tue palle, le gambe, le braccia e le natiche. Tre è più magico di tutti perché il nostro corpo non lo conosce, non abbiamo nulla che sia tre cose, e dovrebbe essere un numero misteriosissimo che attribuiamo a Dio, in qualunque posto viviamo. Ma se ci pensi, io ho una sola cosina e tu hai un solo cosino — sta' zitto e non fare dello spirito — e se mettiamo questi due cosini insieme viene fuori un nuovo cosino e diventiamo tre. Ma allora ci vuole un professore universitario per scoprire che tutti i popoli hanno strutture ternarie, trinità e cose del genere? Ma le religioni non le facevano mica col computer, era tutta gente per bene, che scopava come si deve, e tutte le strutture trinitarie non sono un mistero, sono il racconto di quel che fai tu, di quel che facevano loro. Ma due braccia e due gambe fanno quattro, ed ecco che quattro è lo stesso un bel numero, specie se pensi che gli animali hanno quattro zampe e a quattro zampe vanno i bambini piccoli, come sapeva la Sfinge. Cinque non parliamone, sono le dita della mano, e con due mani hai quell'altro numero sacro che è dieci, e per forza sono dieci persino i comandamenti, altrimenti se fossero dodici quando il prete dice uno, due, tre e mostra le dita, arrivato agli ultimi due deve farsi prestar la mano dal sacrestano. Adesso prendi il corpo e conta tutte le cose che spuntano dal tronco, con braccia, gambe, testa e pene sono sei, ma per la donna sette, per questo mi pare che tra i tuoi autori il sei non sia mai stato preso sul serio se non come doppio di tre, perché funziona solo per i maschi, i quali non hanno nessun sette, e quando comandano loro preferiscono vederlo come numero sacro, dimenticando che anche le mie tette spuntano in fuori, ma pazienza. Otto — mio dio, non abbiamo nessun otto.... no, aspetta, se braccia e gambe non contano per uno, ma per due, per via del gomito e del ginocchio, abbiamo otto grandi ossa lunghe che sballonzolàno in fuori, e prendi queste otto più il tronco e hai nove, che se poi ci metti la testa fa dieci. Ma sempre girando intorno al corpo ne cavi fuori tutti i numeri che vuoi, pensa ai buchi."


"I buchi?"


"Sì, quanti buchi ha il tuo corpo?"


"Be'," mi contavo. "Occhi narici orecchie bocca culo, fa otto."


"Vedi? Un'altra ragione per cui otto è un bel numero. Ma io ne ho nove! E col nono ti faccio venire al mondo, ed ecco perché nove è più divino di otto! Ma vuoi la spiegazione di altre figure ricorrenti? Vuoi l'anatomia dei tuoi menhir, che i tuoi autori ne parlano sempre? Si sta in piedi di giorno e sdraiati di notte — anche il tuo cosino, no, non dirmi cosa fa di notte, il fatto è che lavora diritto e si riposa sdraiato. E quindi la stazione verticale è vita, ed è in rapporto col sole, e gli obelischi si rizzano in su come gli alberi, mentre la stazione orizzontale e la notte sono sonno e quindi morte, e tutti adorano menhir, piramidi, colonne e nessuno adora balconi e balaustrate. Hai mai sentito parlare di un culto arcaico della ringhiera sacra? Vedi? E anche perché il corpo non te lo permette, se adori una pietra verticale, anche se siete in tanti la vedete tutti, se invece adori una cosa orizzontale la vedono solo quelli in prima fila e gli altri spingono dicendo anch'io anch'io e non è un bello spettacolo per una cerimonia magica..."


"Ma i fiumi..."


"I fiumi non è perché sono orizzontali, ma perché c'è dentro l'acqua, e non vorrai che ti spieghi il rapporto tra acqua e corpo... Oh insomma, siamo fatti così, con questo corpo, tutti, e per questo elaboriamo gli stessi simboli a milioni di chilometri di distanza e per forza tutto si assomiglia,e allora vedi che le persone con sale nella testa se vedono il fornello dell'alchimista, tutto chiuso e caldo dentro, pensano alla pancia della mamma che fa il bambino, e solo i tuoi diabolici vedono la Madonna che sta per fare il bambino e pensano che sia un'allusione al fornello dell'alchimista. Così hanno passato migliaia di anni a cercare un messaggio, e tutto era già lì, bastava si guardassero allo specchio.»

mercoledì 15 febbraio 2012

Bruno. La tragica bellezza del copernicanesimo



‘Se noi fossimo nella Luna o in altre stelle, non saremmo in luogo molto dissimile a questo: così conosciamo tante stelle, tanti astri, tanti numi che sono centinaia di migliaia. Non è più imprigionata la nostra ragione coi ceppi dei fantastici motori e mobili. Conosciamo che non c’è che un cielo, un’eterea regione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità della partecipazione della perpetua vita”.




Il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno veniva arso sul rogo in quanto filosofo spregiudicato “d’ogni legge nemico e di ogni fede”, condannato come “eretico pertinace e ostinatissimo”. Bruno non è mai stato un precursore della scienza quanto piuttosto «uno degli ultimi accaniti difensori della cultura fantastica» (Culianu), esponente di un pensiero magico rinascimentale che si può tranquillamente considerare un ermetismo gnostico.

Benché filologicamente e storicamente sia anacronistico, similmente a Spinoza e in Italia ancora di più, Bruno è diventato trecento anni dopo la sua morte un martire del libero pensiero e simbolo del pensiero laico. La scuola in cui insegno è a lui dedicata anche per questo.

Di seguito un mio intervento sul senso del copernicanesimo come gesto culturale di autoaffermazione.


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Abstract:

L'ideologia è lo sfondo intellettuale comune a più ambiti della cultura di una società o di un'epoca: anche i saperi scientifici, lungi dall'essere neutri, incorporano visioni del mondo e si configurano come modelli teorici mutevoli il cui successo deve essere letto in rapporto al potere dominante. Ogni sapere, funzionale o antagonista a un potere, riproduce in forma larvata il campo sociale in cui è prodotto servendo implicitamente o esplicitamente gli interessi conflittuali dei gruppi che costituiscono la società. Da questo punto di vista la contrapposizione tra eliocentrismo copernicano e geocentrismo aristotelico-tolemaico è stata anche lo scontro tra la concezione dell'uomo propria della Chiesa e quella avanzata dalla nascente rivoluzione scientifica. L'idea bruniana di un universo infinito, strettamente solidale al suo panteismo, è allora un atto di rivolta contro l'antropologia cristiana e, rientrando nel progetto moderno di liberazione dell'uomo dalla soggezione teocentrica, lo consegna a nuova dimensione di libertà e responsabilità.


1. Nel 1962 Thomas Kuhn, storico e filosofo americano pubblicava un testo molto importante:

La struttura delle rivoluzione scientifiche, nel quale ha sostenuto la teoria dei paradigmi. Paradigma, dal greco 'esempio', indica un modello teorico: una concezione scientifica del mondo come complesso organizzato di saperi che implica teorie e pratiche.

La storia è susseguirsi di visioni del mondo di cui le teorie scientifiche sono un aspetto fondamentale:

teorie e concezioni della realtà vivono periodi di stabilità ('scienza normale') a cui fanno seguito momenti di 'rottura rivoluzionaria'; per Kuhn la rottura rivoluzionaria si crea quando un modello esplicativo della realtà, sotto la pressione dell'emergere di nuovi fatti o scoperte, non è più in grado di rispondere alla esigenze e alle nuove domande che sorgono.

Un paradigma corrisponde a un quadro concettuale che interagisce con altre forme di sapere parallele alla sua epoca e soprattutto con il modo in cui saperi sono collegati al potere dominante e di cui difendono gli interessi: in questo senso il filosofo francese Michel Foucault (Le parole e le cose, 1966 Archeologia del sapere, 1969) ha definito episteme di un'epoca l'insieme di conoscenze e tecniche di un'epoca legate tra loro (scienza, storia, economia, medicina, letteratura) dalle quali emergerà un tratto comune e caratterizzante quel mondo.

Hans Blumenberg, La legittimità dell'età moderna (1966), ha sostenuto ad esempio che i saperi scientifici e filosofici vanno considerati come 'metafore assolute', ovvero come immagini del mondo da cui si può comprendere come gli uomini concepiscono la loro realtà e il loro mondo.

In questa nozione più ampia ideologia va intesa come immagine della realtà che un determinato gruppo umano condivide e non solo nel senso più stretto di 'falsa coscienza' o 'rappresentazione falsa per scopi di potere':

a. la scienza emerge da una base di idee extrascientifiche che ne forma il sostrato umano e lo stimolo esistenziale;

b. la concezione dell'uomo e del mondo è funzionale a un certo tipo di forma di potere; la sua forma opposta diventa quindi cultura di opposizione.

c. la lotta per le idee scientifiche e per la cultura è anche una lotta politica.

2. Usciamo dalla teoria e veniamo al caso dei rapporti tra geocentrismo e eliocentrismo: la raffigurazione aristotelico-tolemaica della Terra al centro dell'Universo, oltre a essere una dato ingenuo e intuitivo che deriva dall'osservazione si è rivelata funzionale al potere dell'Ancien Régime e della Chiesa cattolica in particolare: ciò non è solo giustificato dalla cristianizzazione di Aristotele e dalla conformità del testo biblico.

Raffigurare la Terra al centro dell'Universo voleva dire riconoscere l'unicità della Creazione umana e della storia come storia della Salvezza: se la Terra è al centro dell'Universo l'uomo è il fine del creato e di un progetto di senso che inizia con la Creazione passa attraverso l'Incarnazione di Cristo, resa necessaria dal bisogno di salvare l'Umanità dopo il Peccato originale.

Facendosi garante del geocentrismo, con la sua immagine di ordine e regolarità di cui l'Uomo è beneficiario, la Chiesa al tempo stessa garantisce l'oridne e la regolarità del Progetto di salvezza e di legge natuale che implica ordine politico, stratificazione sociale, gerarchia e gestione dell'economia così come avviene nell'Europa moderna e nelle società di Antico regime.

Quando si fa strada la teoria di Copernico nella seconda metà del '500 (contro la stessa volontà di Copernico) l'effetto sulle menti più lucide è un primo radicale disincanto del mondo: se la Terra è un pianeta come un altro, una scheggia di roccia lanciata nello spazio insieme ad altre, l'uomo perde la sua centralità, trovandosi a essere un frutto del caso; la Terra non è più centro di simpatie, energie e influssi cosmici, l’uomo non è più il suo centro. L'astro in movimento nell'infinità degli spazi è dunque uno specchio dell'autorappresentazione dell'uomo dell’età moderna.

La Terra viene neutralizzato diviene un corpo celeste come tutti gli altri e l’uomo di conseguenza viene detronizzato: Pascal ha scritto che l'uomo è un «re decaduto» illustrando la miseria di fronte al mistero dell'essere; Freud ha scritto che la Rivoluzione copernicana è stata la prima grande ferita narcisistica degli uomini, il prima ferita al nostro orgoglio e al nostro amor proprio, la prima grande verità che ci umilia e ci offende ma con cui dobbiamo fare i conti: le altre due saranno la teoria dell'evoluzione e la scoperta dell'Inconscio.

L'uomo copernicano si trova lontano dalle concezioni tradizionali del divino, di cui incomincia a dubitare seriamente e simile all'orfano abbandonato, trova la strada per un'«autoaffermazione» garantita dalle sue sole forze, il sapere e la sua capacità di imporsi sulla natura (secondo il progetto umanistico di Homo faber) che sono alla base della Rivoluzione scientifica.

Se il cosmo tolemaico è ideologicamente funzionale al potere della Tradizione, il cosmo copernicano esprime una nuova interpretazione del ruolo dell’uomo nel mondo: il mondo copernicano è l’operazione critica che toglie legittimità al principio della teleologia della causa finale e afferma la teoria dell'uomo che costruisce da sé il suo mondo.


3. In Bruno l'eliocentrismo copernicano viene portata alle estreme conseguenze e radicalizzato, sfocia in un panteismo naturalistico non solo anticlericale ma anche anticristiano.

Vediamo brevemente gli aspetti caratteristici della cosmologia di Bruno:

1. abbattimento delle mura esterne dell'Universo

2. pluralità dei mondi e loro abitabilità

3. identità di struttura e materia tra cielo e terra

4. omogeneizzazione e geometrizzazione della spazio cosmico

5. infinità e a-centricità dell'universo

Per Bruno l'Universo è infinito nello spazio e illimitato nel tempo: ovvero vi è molteplicità di sistemi solari, inesauribilità di mondi e creature. In più la concezione del cosmo è inseparabile da quella etica: astronomia, filosofia e immaginazione sono strettamente collegate.

Fino alla fine Bruno distoglie lo sguardo dal Crocefisso che gli viene posto e rifiuta qualsiasi riconciliazione; in questo noi non dobbiamo leggere solo la rabbia di un uomo imprigionato e condannato a morte contro i simboli di chi lo ha condannato, ma anche una professione filosofica.

L'incarnazione è proprio ciò che Bruno non intende accettare, perchè significherebbe accettare la conclusione dell'opera creatrice del Divino fattosi uomo.

Se il mondo ha la sua causa in un essere infinito il mondo deve per forza essere infinito.

Bruno rifiuta l'incarnazione di Cristo e l'evento di salvezza incentrato sull'uomo in nome di una nozione diversa di divinità, immanente e naturalistica che non si esaurisce una volta per tutta ma continua in ogni processo di trasformazione della materia dell'Universo.

Le azioni degli uomini costituiscono la continuazione di questo processo: Bruno dimostra alla sua epoca che l'abbandono del geocentrismo non significa annientamento dell'uomo di fronte all'universo; scoprendo la propria finitezza l'uomo scopre piuttosto la sua grandezza morale.

Essere umano è fatica, ingegnosità, lavoro, le mani e l'ingegno sono la vera redenzione, continuazione dell’opera creatrice dell’energia divina.

Al farsi uomo di Dio (in Cristo) Bruno contrappone una partecipazione dell'uomo al divino nel concetto di metamorfosi all'interno di un eco-sistema aperto. La responsabilità dell'uomo consiste nell'essere parte di un sistema più complesso che include forme di vita animali, vegetali e extra-terrestri: divina è l'energia misteriosa che produce il mondo ma anche ogni elemento che lo costituisce.

Da qui l'infinito rispetto per ogni forma di vita e l'interesse per cambiare il mondo.


Post scriptum:

quello che Bruno può significare oggi per chi lo incontri la prima volta

Autenticità.

Anticonformismo.


Irregolarità.

Disincanto.

Mutazione.

Umano
Non un idolo da adorare

Qualcosa a cui aspirare


venerdì 27 gennaio 2012

Ricordare


Il Quatuor di Messiaen è stato scritto in un campo di prigionìa ed eseguito per la prima volta in quel contesto con mezzi di fortuna. Credo sia una delle cose più impressionanti che abbia mai ascoltato. Alex Ross lo racconta in questo articolo.

Revelations: Messiaen's Quartet for the End of Time

by Alex Ross

The New Yorker, March 22, 2004.


The most ethereally beautiful music of the twentieth century was first heard on a brutally cold January night in 1941, at the Stalag VIIIA prisoner-of-war camp, in Görlitz, Germany. The composer was Olivier Messiaen, the work “Quartet for the End of Time.” Messiaen wrote most of it after being captured as a French soldier during the German invasion of 1940. The première took place in an unheated space in Barrack 27. A fellow-inmate drew up a program in Art Nouveau style, to which an official stamp was affixed: “Stalag VIIIA 49 geprüft [approved].” Sitting in the front row—and shivering along with the prisoners—were the German officers of the camp.

The title does not exaggerate the ambitions of the piece. An inscription in the score supplies a catastrophic image from the Book of Revelation: “In homage to the Angel of the Apocalypse, who lifts his hand toward heaven, saying, ‘There shall be time no longer.’” It is, however, the gentlest apocalypse imaginable. The “seven trumpets” and other signs of doom aren’t roaring sound-masses, as in Berlioz’s Requiem or Mahler’s “Resurrection” Symphony, but fiercely elegant dances, whose rhythms swing along in intricate patterns without ever obeying a regular beat. In the midst of these Second Coming jam sessions are episodes of transfixing serenity—in particular, two “Louanges,” or songs of praise. Each has a drawn-out string melody over pulsing piano chords; each builds toward a luminous climax and then vanishes into silence. The first is marked “infinitely slow”; the second, “tender, ecstatic.” Beyond that, words fail.


Di seguito un mio articolo del 2004 sulla questione del ricordare.









Il ricordo di Simonide. Considerazioni sulla memoria culturale

di Enrico Manera


Il dibattito filosofico sul senso della memoria in seno all’ermeneutica continentale trova un punto di non ritorno nella provocatoria affermazione di Pierre Nora (1984) secondo il quale “si parla della memoria solo perché non esiste più”. È indiscutibile che nella tarda modernità la gestione della memoria culturale sia problematica: l’abuso dei mass media e dei sistemi di memorizzazione esterna connessi ai new media hanno portato a compimento un processo di cesura del rapporto vivo con il ricordo, quello che secondo Platone sarebbe iniziato con l’invenzione della scrittura. Si tratta di un momento storico e culturale in cui il ricordo come ‘esistenziale’ appare in declino, e con esso il riconoscimento identitario individuale e collettivo che ogni memoria porta con sé.

Reinhart Koselleck nel 1994 ha scritto pagine desolanti sulla crisi della memoria vivente, che si sarebbe consumata quando i testimoni oculari dellaShoah sarebbero scomparsi del tutto sancendo la transizione “dal presente storico dei sopravvissuti (…) a un passato puro che si è ormai separato dal vissuto”. “Presto parleranno solo i documenti ufficiali, integrati e arricchiti da foto, filmati e biografie”. Per lo storico e filosofo, teorico della ‘storia dei concetti’, l’oblio è una drammatica, ineluttabile, inevitabile conseguenza del nostro tempo, malato di eccesso di scientismo e di riproducibilità tecnica dell’immagine. Il dileguarsi del ricordo soggettivo coincide con l’aumento della distanza e con il cambiamento della qualità della memoria: la memoria si dissolve nel fuoco della storia e l’esperienza storica si tramuta in oggetto di studio storiografico. Il ricordo appartiene allo sbiadire, sotto il segno della perdita della originaria carica politica e esistenziale.

Da queste problematiche muove il poderoso volume di Aleida AssmanRicordare. Forme e mutamenti della memoria culturale (Bologna, Il Mulino 2002). La proposta che emerge da questo saggio ricchissimo ed eclettico che fonde letteratura, storia delle idee e filosofia, si colloca in un orizzonte altrettanto lucido quanto quello di Koselleck, pur senza condividerne il pessimismo disperante.

“Più ci allontaniamo da Auschwitz più il ricordo di quei fatti e di quei crimini ci rimane dentro”, asserisce la Assman citando Linda Reisch. Per la studiosa tedesca viviamo oggi non un oblio ma un momento di acutizzazione del problema della memoria, dettato dalla delicata fase di passaggio cui va incontro ogni civiltà quando la memoria vivente del testimone, per non perdersi, deve diventare memoria culturale: si tratta una memoria ‘esterna’ sorretta da mediatori, monumenti, luoghi, musei, archivi, rappresentazioni mediatiche. La memoria culturale non è meno portatrice di senso di quella vivente, in quanto è alla base dell’identità sociale e collettiva quanto l’altra fonda l’identità dell’individuo.

La memoria culturale non si autodetermina, non è la irenica tradizione che si autopone: essa ha bisogno di essere fondata da mediatori attraverso miratepolitiche della memoria. La stessa memoria individuale si struttura in una persona in virtù della sua partecipazione ai processi comunicativi che avvengono all’interno di ‘quadri’ sociali; questi rendono disponibile e stabile il ricordo sotto forma di figure (eventi, persone, luoghi) che vengono trasposte in teorie, nozioni e simboli in grado di creare un’immagine del mondo e di orientare l’azione di un individuo in esso. L’identità dell’essere umano è data da quello che ricorda, come entità singola e collettiva; per guardare al domani nell’oggi bisogna trovare lo ieri nel ricordo.

È in questo passaggio alla memoria culturale che si apre il rischio drammatico della perdita: il ricordo individuale legato al vissuto andrà perso (‘come lacrime nella pioggia’ diceva il replicante di Blade Runner a nome di tutti i sopravvissuti); la memoria nuova verrà dall’‘esterno’ come artificiale, con il rischio della distruzione, della parzialità e della falsificazione, per poi arrivare a essere parte dell’individuo, pur in maniera mediata.

Se la memoria vivente perde terreno quando viene meno la generazione che ne era portatrice diretta, la memoria dei mediatori e quella politica si sostituiscono a essa per trasmetterne i contenuti. Pur alimentando la tradizione e la comunicazione, la memoria culturale non si risolve in essa e nel fare questo rende possibili rotture, conflitti e metamorfosi del senso: quando in un dato presente si ha la mancanza di quadri di riferimento al passato, si ha l’oblio di un dato culturale che coincide con mutamenti di senso e cambi di paradigmi storiografici.

È su questo terreno dunque che tutti gli uomini di cultura sono chiamati a rispondere oggi, per garantire il più ampio margine di fedeltà alla trasmissione di ciò che è avvenuto nel secolo appena trascorso, contro ogni forma di revisionismo strumentale, riduzionista, negazionista. La memoria non è pacifica, vive nel conflitto, chiede di essere custodita e difesa con responsabilità. Scrive la Assman che “i movimenti della memoria sono estemporanei e fragili ed avvengono normalmente sotto tensione”; è noto che il processo del ricordare si avvia in seguito a uno shock, un evento percepito come anomalia, come interruzione nel consueto tessuto delle cose, ma proprio per questo assolutamente rivelatorio. A questo si deve l’impatto che la Shoah ha su tutti noi quando entriamo nella sua orbita gravitazionale: mette in crisi il nostro essere distratti, interrompe il nostro non-pensarci e ci costringe a interrogarci.

Il legame tra il dolore e la memoria è noto agli antichi; il primo ricordo è sempre dei morti. Nel De oratore di Cicerone si trova uno dei miti di fondazione della memoria che ha come protagonista Simonide di Ceo (557-467 a. C.). Il poeta è l’unico sopravvissuto di un evento tragico durante un banchetto; il crollo del soffitto seppellisce tutti i commensali e rende irriconoscibili i corpi. Simonide, ricordando l’esatta posizione a tavola di tutti i commensali, permette il riconoscimento dei defunti e lo svolgersi delle esequie funebri, regolatrici dell’ordine cosmico. In tradizioni successive Simonide, raffigurato come un benevolo conduttore di anime, seppellisce uno sconosciuto trovato nella sua strada ricevendo doni preziosi che gli salvano la vita.

Questa figura del mito, nonostante il tempo trascorso e la provenienza remota, ha ancora qualcosa da dirci, nel senso che colui che ha memoria è portatore di pietas. Ovvero rispetto, devozione, attenzione, rettitudine, giustizia. Tutte cose di cui c’è molto bisogno oggi.

venerdì 20 gennaio 2012

Schu(h)ld über Alles. Apologia di una scarpa berlinese




“Sto bene solo con le mie scarpe nuove/il resto non mi muove/io, io, io solo contro il mondo”

Tre allegri ragazzi morti, Prova a star con me…


È l’ora della confessione. Quello che mi preme è di giustificare come, disgustato dalla società dei consumi e dalle sue ricadute ambientali, economiche e criminali, livido e rancoroso verso legioni di uomini e donne costretti compulsivamente all’acquisto coatto, furibondo nei confronti di giovani-vecchi-bambini attanagliati da un’ossessione stilistica ferocemente narcisisitica, mi ritrovi a desiderare ardentemente un paio di scarpe. Da morirci sopra. Da studiarle sul sito, modello per modello.

Di tutto il resto potrei fare a meno: il fatto che i vestiti costino poco mi da un incredibile senso di leggerezza. Ti puoi permettere anche di acquistare molto: primo sguardo al colore e alla foggia, un occhio al tessuto e allo stato di conservazione e anche se non è la camicia definitiva va bene. Non credo all’Ultima delle Cose ultime da tempo immemore.

Con le scarpe è diverso. Quelle che si vedono in giro sono terribili, dozzinali, non hanno storia, hanno forme, colori, fibbie e lacci implausibili. Raccontano storie di sciatteria inaudita e gretta volgarità, testimoniano non solo il non-essere-pensate ma l’adesione triviale a tendenze di massa che mortificano l’individuo e la specie. E sto parlando solo di quelle maschili: per la scarpa a punta femminile vista nell’ultimo decennio si apriranno le porte dell’Inferno e si scateneranno i cavalieri dell’Apocalisse.

Non c’è nulla di così decisivo come le scarpe, per quel che mi riguarda.

Ricordo di averle sempre scelte con oculatezza, desiderio e dolore. Fin da bambino mi mancava il fiato al pensiero di stare sbagliando, ovvero di aver scelto delle scarpe con troppa leggerezza. Ricordo ancora con tenerezza scarpe da ginnastica futuriste che promettevano salti da supereroe e corse in bicicletta da campione. O le adorate scarpe antifortunistica nere con punta rinforzata che gridavano no future e tutto lo sconforto dell’adolescenza, riparate amorevolmente con nastro isolante nero, così simili alle mortificanti ortopediche da bambini (lo negavo con forza, allora).

Di stivali non ho mai avuto il coraggio: mozzati color cuoio con anello laterale, da cowboy e rocker al tempo stesso, texano nero oltraggioso e beffardo, anche tagliato alla caviglia e inciso da geroglifici di Tihuana; walker da motociclista, quelli di Fonzie, lievemente arrotondati e con fibbia più gentile, erano troppo persino da sognare, come portare simboli di regalità troppo ambiziosi per le proprie possibilità. E i sandali nordico-francescani e hippies che suggerivano salute, natura, libertà e purezza? Oppure la scarpa a punta elegante, stretta e ricamata nel cuoio, persino bicolore che può fare tanto intellettuale francese quanto jazzista newyorchese, purché non abbia la punta da carabiniere.

Per non parlare del numero quarantacinque, che gli anni Ottanta dei pantaloni stretti e corti amplificavano in modo crudele. Oltre a piacerti un modello deve starti anche bene, ovvero non deve essere mostruosamente gigante e deformato dalla scala maggiore. E in più deve anche essere comodo perché ci cammini, il piede è il secondo cuore e la terra è il mondo, il modo come cammini il rapporto con le Grandi madri. Ho sempre mortificato i miei piedi per non farli sembrare troppo simili a quelli di Pippo. In più ho ereditato con il dna mitocondriale dell'adorata genitrice, oltre al naso obliquo e qualcosa del suo dolce e sperduto sguardo mediorientale, una tendenza a forme di sofferenza del ditone, come quella cosa che da piccolo chiamavo ‘unghia incarnata’ con raccapriccio teologico di medici e pedicure.

Picchiata verticale, artigli crudeli ghermiscono e lacerano qualcosa di morbido e indifeso, viscere umide e oscure. La scarpa è sempre stata, per me, promessa di felicità, ma forse non sono solo. Nel 1952 solo la metà della popolazione italiana aveva un paio di scarpe buone. Basta a farne un oggetto la cui eccedenza di significato rispetto alla funzione essenziale straborda in modo tale da riempire di gioia il perfido simbolista psicanalitico (psicanalista simbolico?) che campeggia stabilmente nell’emisfero sinistro del mio cervello?

Ogni scrivente non fa che compiere un atto di sacrificio umano su se stesso, pubblico ma al riparo. Sono qui, nudo, a dichiarare il mio amore incondizionato, cieco, spasmodico e irrazionale per un paio di scarpe.

Ma tutto questo non importa. È che forse non le avete mai viste.

La prima volta che è successo a me, ai piedi di un amico, restai come paralizzato da tanta bellezza, chiesi timidamente di cosa si trattava, senza dimostrare troppo interesse. Ero già nel tunnel della scaramanzia da desiderio, capite? Lui minimizzò, miserabile, e mi parlò stancamente di questa scarpa tedesca, cara e di difficile reperimento. Ma l’importante era carpire l’informazione principale: dove trovarle. L’amore viene sempre con difficoltà: sbagliai negozio famoso e tutto si tramutò in una delusione. Poi ammetto che ho anche oltre cose a cui pensare, così, felice comunque che esistessero oggetti di tale perfezione, il tempo riprese a passare.

Era da un po’ che mi trascinavo di scarpa in scarpa senza convinzione, quasi rassegnato alla biblica maledizione che affiancava al ‘partorirai con dolore, spine e cardi mangerai’ anche un definitivo ‘avrai scarpe brutte e scomode’: ora tutto stava per cambiare, lo sentivo. Qualcosa stava per succedere. E accadde, precisamente quando un giorno, per caso, le rividi nella vetrina di un negozio altrimenti privo di qualsiasi attrattiva, quelli che ridefiniscono i confini tra classi e ceti nella tarda modernità, genere extra-lusso bohemien-bourgeois, tanto-non-ti-starà-mai-bene, sovradimensionato e difficilmente frequentabile per uno come me.

Estasiato dalla contemplazione rimasi a lungo di fronte alla vetrina, non so per quanto tempo. Da qualche parte un circuito di cellule altamente specializzate del mio organismo registrava in silenzio il corrispondente sostitutivo simbolico degli oggetti di scambio che avrei dovuto versare per poterle avere. Un sesto del mio stipendio, un terzo del mio mutuo, dieci cd, forse il reddito mensile di un villaggio in Burkina Faso.

Loro erano lì, suola confortevole e comoda con struttura di legno ipersottile e tomaia in cuoio. Disegno essenziale e minimalista, comfort naturale e sapienza artigianale, gusto mitteleuropeo e precisione nordica, passione mediterranea e colore latino. La sintesi delle più belle scarpe che abbiate desiderato e che mettereste per ritirare un nobel per la letteratura, un premio a Cannes, un Grammy nei primi Novanta, quando ancora voleva dire qualcosa. Tutto il meglio della Germania in un condensato calzabile di autorevolezza, stile, distinzione. La sensazione di essere posseduto dallo spirito di architetto berlinese che si ciba sommessamente di noodles thai-viet e ascolta post-rock elettroacustico mentre disegna su carta riciclata trabeazioni in acciaio e trasparenze radicali in vetro, putrellando il mondo e sottraendolo così all’instabilità.

La Germania nella mia vita sono i crucchi cattivi della seconda guerra mondiale che hanno quasi ucciso mio padre poco più che bambino, che hanno minacciato di morte i nonni e di distruzione per mezzo del fuoco la casa avita; ma sono anche gli ingegneri del Tüf di Monaco che mio padre ammirava e che considerava al pari di divinità benevole e amichevoli negli anni Settanta, la cui vicinanza poteva come per miracolo trasmettere doti superumani di precisione e professionalità ma che restavano inarrivabili nella loro lingua ignota e incomprensibile. Papà non ha mai saputo leggere il biglietto di auguri per il pensionamento fattogli pervenire dal suo collega tedesco preferito, ex combattente della Lutwaffe con una passione per i cavalli. In quegli anni gli mentivo traducendo con fantasia gli “auguri migliori per una serena vecchiaia piena di interessi”.

Germania è Tina, la deliziosa ragazzina tedesca che incontravo al mare nelle vacanze degli anni Ottanta e di cui ero l’inverso simmetrico mediterraneo, con cui giocavo comunicando in lingua edenica e pre-babelica, prima di tutte le tentazioni e di ogni timore. È la poesia di Novalis e di Hölderlin della quinta liceo, la potenza geometrica e regolare di Kant e quella circolare e vorticosa di Hegel prima e di Heidegger poi negli anni dell’Università. E l’incanto nel raccontare di Thomas Mann, il mormorare sommesso di incantesimi di Rilke, il sentirmi piccolo di fronte a Goethe che ancora oggi mentre scrivo, mio malgrado, mi sgomenta. È l’indicibile della Shoà, la mostruosità della tecnicizzazione del mito su scala industriale che ha manifestato il Male in tutta la sua radicalità, l’anima di uno sventurato paese venduta a Mefistofele nella corsa all’autoaffermazione; la caduta vertiginosa e senza perdono nell’abisso dell’orrore ma anche la capacità di rinascere dopo aver riflettuto a lungo, in silenzio, su se stessi, producendo qualcosa di nuovo e diverso dal proprio passato e dalle colpe dei padri. Certo, non tutti, non dappertutto. Ma non mi risulta che altri paesi lo abbiano fatto veramente o meglio, sempre pronti a nascondersi dietro all’immagine del demonio colpevole.

La mia Germania, qualunque cosa sia, è qualcosa di molto simile, aggrovigliato in modo inestricabile e inspiegabile alla mia vergogna di stare di fronte agli altri, con una vitalità eccessiva, un’altezza manifesta, un’incapacità di essere invisibile. L’opaco senso di colpa che costituisce il nucleo remoto e profondo di quanto accade sulla superficie increspata dei miei giorni.

Non sono entrato subito nel negozio, ho aspettato. Volevo ci fosse in anche la compagna della mia vita e la severa ma giusta consigliera della mia immagina pubblica. Certe cose vanno condivise.

Vedendo il negozio ebbe un tuffo al cuore, dopo un attimo di esitazione si sistemò i meravigliosi capelli color del miele del castagno nella vetrina, come avrebbe fatto per entrare da Tiffany e mi prese per mano. Prepàrati - mi disse - ti amo perché mi fai sentire una principessa e proietti sul nostro futuro splendore, fortune e strade che abbondano di rugiada e focacce al miele - o qualcosa del genere.

Ovviamente le scarpe non c’erano. Un solo paio per numero, un solo modello. Prenòtati e sappi che c’è una lista e l’attesa può essere lunga-, sentenziò oracolare un commesso occhioazzurro, ricciolo dionisiaco, camicia newyorchese e jeans da seicento euro almeno a giudicare da come erano stinti.

L’ansia mi distruggeva e il mio cuore non riusciva a darsi pace. Ma gli dèi sanno premiare chi ha fede. Nei mesi successivi ho studiato la scarpe lungamente, servendomi della rete, l’onnisciente aleph dei nostri anni e dell’esauriente sito del laboratorio che in Berlino produce l’oggetto dei miei desideri. Mirabile prodigio che dona sollievo alla gola riarsa. Ho imparato i nomi dei modelli, ora conosco i termini tecnici che indicano il diverso tipo di pelli, ho guardato in faccia chi le produce, dai designer ai magazzinieri e ho scoperto che posso ordinare tutti i modelli che voglio e scegliere tra tanti e diversi colori. Apoteosi della felicità e strazio insopportabile allo stesso tempo: come fare a scegliere tra tanta magnificenza? Aspettavo il mio paio ordinato nel mio negozio di Torino, e mio dio, ragiona – mi dicevo - dovrai almeno provarle una volta. Ma il tormento del desiderio non conosce consolazione né parole atte alla sua descrizione.

Infine sono arrivate: sono stato chiamato dal commesso ieratico che, oso pensare, mi ha preferito a un miscredente perché ha letto nei miei occhi la fede e una superiore appartenenza alle cerchia dei veri credenti.

Mi precipitai nel negozio. Le ho provate: non erano solo bellissime, ma anche molto comode, l’archetipo della scarpa da uomo numero quarantacinque con punta arrotondata e eleganza tardo-moderna. Ero felice.

Non è stato facile, certo. Mentre, come ebbro, passavo alla cassa per strisciare una prepagata con il mio sacchetto sottomano, già pensavo a quanti altri modelli avrei potuto avere e sospiravo, chissà quando.

Ma un cuore fedele e devoto, provato dall’attesa e fortificato nella speranza, conosce la quiete della saggezza. La vita scorreva, migliore. Il mondo sorrideva stendendo sul mio volto rughe di saggezza e i primi fili argentati. Da allora la sete inestinguibile che mi attanagliava si è trasformata in piacevole rito di rinnovamento, giustificato da lavori e occasioni sociali che accompagnano l’entrata nel mondo adulto. La continuità dell’ordine del cosmico è garantita ed è sorretta da esso.

Ne ho avute un altro paio due anni dopo, a Berlino, la mia città ideale: anche lì non è stato facile, schiantato dal peso del privilegio della scelta, ma sembra che io stia imparando a gestire l’ansia del piacere che quelle scarpe mi procurano.

Nel frattempo ho cominciato a studiare il tedesco, che importa se per vendicare l’orgoglio di famiglia o per mettere più possibile distanza da tutti, o semplicemente perché mi piace. L’antica traduzione di fantasia del biglietto di auguri lasciato a mio padre non era poi neanche così distante dalla realtà, forse anche più lirica.

Braci sacrificali si estinguono lentamente. Becchi adunchi hanno dilaniato quanto rimaneva del mio pudore, presto il sole e la pioggia cancelleranno i segni dell’osceno banchetto che si è consumato.

Stare nel mondo senza le mie scarpe mi sembrerebbe inaccettabile, ma non sono io che inquinato i pozzi e reso impossibile il camminare a piedi nudi. Traccio confini verso l’esterno e verso l’interno, tengo dritta la schiena e cammino sereno con loro, senza vergogna, in attesa del mondo di significati che non siamo stati capaci di creare.