venerdì 22 marzo 2013





oggi parlo di me e del mio lavoro,
è bello rileggersi e vedere come il testo si è levigato e ha assunto l'aspetto di un pezzo finito, che agli altri apparirà vero,
nel farsi della scrittura, nel lavoro della riscrittura continua.
a noi stessi, nel migliore dei casi, un pezzo onesto, solido, equilibrato.
qualcosa che rimane e dirà domani - questo sei tu.
scrivere serve per riconoscersi





Scienza della mitologia e mitopoiesi

Dopo il 1969 l’attività intellettuale di Jesi diventa sempre più intensa. Dopo aver abbandonato la città di Torino e il lavoro di iconografo presso la Utet egli si trasferisce sul Lago d’Orta e poi in diverse località di campagna tra Piemonte e Lombardia; il tempo per la concentrazione, la radicalizzazione dell’impegno politico e la volontà di mantenersi con il lavoro free lance lo portano alla realizzazione di un numero elevato di saggi e di progetti editoriali.
Matura in questi anni la scrittura folgorante, capace di inanellare temi diversi in pagine di grande nitore e momenti di densa argomentazione, che ha portato la critica a vedere nell’autore un genio poligrafo di non facile comprensione: originale, eclettico, affascinante, non rubricabile, prismatico, vulcanico, irriverente, antiaccademico, in anticipo sui tempi ed eccezionale in tutti gli aspetti della breve esistenza. Rapido nei passaggi e ricorsivo nelle argomentazioni, predilige il momento analogico a quello filologico, che pure non ignora, basandosi su interpretazioni e connessioni capaci di suscitare nel lettore rimandi tematici e testuali e mostrandosi più interessato alla rielaborazione personale che non all’edificazione di una teoria. Uno degli aspetti più interessanti del metodo jesiano e della sua pratica testuale, che mostra la vicinanza con la coeva decostruzione teorizzata da Derrida, consiste così «nel rovesciare il più esplicito orizzonte di senso di un testo cercando al suo interno quei marcatori testuali che permettono di “adoperare” la loro lettera fino al punto in cui inizia a parlare ciò “che nel testo è taciuto”» (Ferrari, 2007, p. 124).
Le digressioni, che spostano il fuoco dall’asse principale per poi ricomporre l’argomentazione con il palesarsi di inattesi legami, sono una caratteristica della programmatica «tecnica di “composizione” critica di dati e dottrine, fatti reagire tra di loro, il cui modello metodologico si trova nella formula del conoscere per citazioni (che divengono schegge interreagenti), di W. Benjamin» (Jesi, 1973, pp. 8-9). Come si è detto, il critico berlinese è un riferimento importante per la fusione di interessi culturali e politici, per la concezione illuminista del lavoro intellettuale, per l’originalità della scrittura e per una comune matrice ebraica, diasporica e laica, che ha influito sul rapporto con la tradizione e sul concetto di interpretazione. Rafforzato da questa affinità, il metodo ‘compositivo’ jesiano nasce dalla convergenza di spirito iconoclasta e della situazione materiale di immersione totale nel mondo della cultura. Jesi affrontava il lavoro intellettuale in modo febbrile e con ritmi molto intensi, occupandosi di più argomenti nello stesso periodo. Gli scritti mostrano continui rimandi interni, rivelando l’appartenenza a una stessa fase di riflessione e la persistenza di idee e intuizioni; il ricco archivio, custodito dalla famiglia, documenta l’esistenza di differenti versioni dei testi, il riutilizzo di materiali per destinazioni differenti e conserva scambi epistolari con molti studiosi che spesso erano banco di prova per i lavori in corso.
La pratica di scrittura si sovrappone alla teoria della quale mostra i segni, rispondendo alla spinta centripeta di uno sguardo capace di collegare argomenti altrimenti destinati a non incontrarsi. Il «conoscere per composizione, consistente nel disporre sul telaio della pagina un gruppo di frammenti in modo che dalla loro interazione reciproca nasca il momento gnoseologico» è «un’operazione esegetica grazie alla quale ciascun frammento è strumento esegetico dell’altro; e ogni operazione esegetica è un’operazione ideologica» (Jesi, 2001, p. 215). Ovvero parziale, situata e arbitraria, consapevole del coinvolgimento del soggetto che compie l’esperienza conoscitiva.
In Scienza del mito e critica letteraria (1976, poi 2002) si leggono alcune delle pagine più belle di Jesi che mostrano la rilevanza autobiografica dei suoi scritti.

Il vero luogo di nascita del mio approccio al mito e alla mitologia è una stanza, per la precisione la grande anticamera di una vecchia casa. Una parete è occupata da armadi a vetri di libri, che sono sempre chiusi a chiave. Sulla parete di fianco, in cornice nera, è appesa la storia nelle sembianze del decreto di un re di Sardegna che autorizzava con la sua firma la costruzione della casa, anno 17**. Sulla terza parete, dirimpetto ai vetri delle librerie, c’è un quadro, un trompe-l’oeil: biglietti semiaperti, schizzi, piccoli oggetti, che sembrano appoggiati su un’assicella con tutte le venature del legno. Sotto il quadro, un tavolino con un cassetto. E forse, una volta, il contenuto sarà stato quello del trompe-l’oeil; ma adesso ci sono dentro ferri diversi, pinze, tenaglie, succhielli, e un ferro speciale, o meglio le due parti staccate di un ferro, di un arnese, di una macchina lucida dai mille usi che, a seconda delle necessità, dovrebbe poter servire da pinza, cacciavite, levachiodi, martello, piccola scure. Le due parti sono, appunto staccate; per unirle, come i pezzi di un paio di forbici, ci vorrebbe una vite centrale che s’è perduta. Così un pezzo è ad un’estremità cacciavite, dall’altre scure, e per giocare può servire molto bene da pistola: la testa a scure fa da calcio, il corpo sottile a cacciavite fa da canna. L’altro pezzo può servire allo stesso scopo, ma meno bene: la testa a martello è un perfetto calcio di pistola, ma il corpo sottile è un po’ curvo e si biforca all’estremità per strappare i chiodi. Nella quarta parete, dirimpetto alla storia, c’è la porta: la porta d’entrata con il campanello, sulle scale, sul fuori. – In quest’ambiente, che lascia fuori dalla porta un presente, il quale però ad ogni momento può suonare il campanello ed entrare; in questo ambiente in cui la storia è appesa ai muri e i libri stanno dietro a pareti di vetri chiusi a chiave; in questo ambiente, da bambino, ho incominciato a conoscere il mito. Il mito mi si è poi presentato, dopo molti anni, come quell’arnese dai mille usi, che siccome s’era persa la vite, era ridotto in due parti: due parti ancora usufruibili, certo, per chi volesse fare del bricolage, ma soprattutto usufruibili al bambino come arma da gioco. Da allora è passato molto tempo; questo mio “modello” del mito è anche il risultato di una ricerca nell’ambito della scienza della mitologia, durata circa vent’anni (Jesi, 2002 a, pp. 19-20).

Sulla base del gesto che trasforma il limite in risorsa, la chiave personale diventa la peculiarità di un possibile accesso al mito, oggetto misterioso come l’«arnese dei mille usi» del ricordo d’infanzia. Riconoscendo come il ‘mito’ sia difficilmente definibile, Jesi sancisce l’impossibilità di conoscerne l’essenza nel deliberato intento di non ricondurlo a una realtà originaria. Attorno al bisogno di circoscrivere la questione si articola il momento di intensa riflessione teorica, antropologica e politica durante il quale viene messo a fuoco il paradigma della «macchina mitologica», coincidente con la «funzione mitopoietica, [...] la più importante delle modalità costitutive di ciò che fonda, contemporaneamente, il politico e il potere, che è il carattere costitutivamente relazionale della soggettività» (Franchi, 2005, p. 161). L’edificio teorico che gli ruota intorno si articola in alcuni punti essenziali, che conviene anticipare. Poiché il mito in quanto tale è inconoscibile, tentarne un’indagine vuol dire: a) studiare le modalità di costruzione del sapere mitologico nelle sue forme storiche anche recenti; b) prendere in esame la storia della storiografia relativa alla scienza del mito, l’unica scienza della mitologia possibile; c) postulare una struttura complessa di significazione, la «macchina mitologica», che produce ‘miti’ in ambiti quali il sacro, l’agire politico, la scienza del mito, la letteratura; essa risulta di natura linguistica e strettamente legata ai processi di ricezione e interpretazione caratterizzanti la conoscenza in generale.

E. Manera, Furio Jesi, Mito, violenza, memoria, Roma, 2012, pp. 63-65

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